Consapevolezza Corporea

Il suono, il corpo, la voce

Truong Dinh Hao

Momento Presente, Kairos e Ritmo

Daniel Stern si pone una domanda importante: «come è possibile che ciò che viviamo come “ora” sia lungo abbastanza da permettere che qualcosa vi accada?» per poi affermare «la durata del momento presente dipende dal modo in cui concepiamo il passaggio del tempo». Ma come concepivo il trascorrere del tempo? Essendo un individuo occidentale ho sempre pensato che il tempo trascorresse velocemente e che bisognasse “sempre” agire e compiere in qualunque istante, delle azioni, affinché l’esperienza mutasse o la mia condizione di essere umano subisse dei cambiamenti significativi, per raggiungere delle soddisfazioni e un miglioramento importante della qualità della mia vita. La musicoterapia parte da un’idea completamente opposta: che per ascoltare l’altro o un gruppo a volte è possibile anche non fare assolutamente nulla. L’idea del tempo è soggettiva ed è legata al tempo biologico dell’altro, a ciò che accade tra due persone, o un gruppo di persone non è riconducibile a un trascorrere lineare dei secondi, minuti e delle ore. Il qui e ora in musicoterapia diventa un luogo sufficientemente ampio dove un’esperienza accade, si sviluppa e si rivela. Stern specificando la natura stessa del momento presente si domanda quando ci sia di passato e di futuro nel qui e ora, e fa notare che nell'attimo in cui il momento presente diventa “ostaggio” del passato e del futuro il presente viene limitato solo a una sorta di conferma di ciò che è successo e di ciò che in futuro succederà. «La sfida consiste nell’immaginare il momento presente in una sorta di equilibrio dialogico con il passato e il futuro. Se il momento presente non è ben ancorato a entrambi, rischia di disperdersi come un punto insignificante, mentre se il legame è troppo forte, corre il pericolo di essere sottovalutato. Anche il presente deve influenzare, probabilmente allo stesso grado, il passato e il futuro» . In musicoterapia il terapeuta a mio avviso, deve mantenere un equilibrio tra queste tre componenti di tempo. Vivere il presente considerando che nel setting il passato e il futuro verranno in contatto con l’esperienza sotto forma di accadimenti ed esperienze controtrasferali, quindi oltre ad essere un atteggiamento corporale e mentale determinato, è un modo di considerare l’esperienza nel suo fluire, in cui il passato e il futuro diventano elementi appartenenti e non condizionanti del momento presente. Il musicoterapista quindi, per costruire una relazione deve accostarsi al tempo non in termini sequenziali o cronologici, ma partendo dal concetto greco di Kairos e cioè “un tempo di mezzo”, un periodo di tempo indeterminato nel quale qualcosa di speciale e importante accade. Lasciare accadere è uno dei fondamenti della presenza terapeutica, ed è la chiave di volta di un’esperienza che non presuppone né aspettative o preconcetti, poiché è una condizione mentale e corporea e non un atteggiamento intellettuale. Un sapere interno quando viene collegato all’intuizione e un riflesso quando si esprime su un piano puramente fisico. Ritornando alla domanda che Daniel Stern si pone e cioè “come è possibile che ciò che viviamo come “ora” sia lungo abbastanza da permettere che qualcosa vi accada? Mi viene da rispondere che a mio avviso accade poiché il qui e ora in musicoterapia è, in qualsiasi modo la si voglia vedere, una esperienza multisensoriale, dove il corpo del musicoterapeuta diventa, come Afferma Benenzon“ una grande cellula multipercettiva” che permette al terapeuta e al paziente di prendere contatto con ciò che di più primitivo esiste e cioè la riscoperta da parte di entrambi – il terapeuta in un modo e il paziente in un altro - di un tempo che non è riconducibile a un succedersi cronologico di eventi; ma di un tempo sufficientemente spontaneo da potersi spogliare della sua componente razionale e cioè del concetto stesso di volontà. Ma come può avvenire tutto questo in un ambito di relazione musicoterapica dove il corpo e il suono partecipano attivamente alla costruzione di un vincolo? You definisce il ritmo “un elemento capace di creare un ordine temporale che anticipa, sospende e appaga a livello viscerale, fisico, ecologico, istituzionale e morale” e se quindi il ritmo è in grado di creare un ordine, ha intrinseche qualità di armonizzazione sia corporea mediante il susseguirsi di movimenti spontanei ed eutonici, che temporale nella determinazione di un momento che si distacca dalla scansione cronologica per immettersi in maniera del tutto naturale in quella di kairos; e se il tempo scorre in maniera spontanea, allora il ritmo, all'interno di una cornice espressiva ed emotiva ampia e intimamente strutturata, ne ordina l'accadimento, rendendo possibile alle esperienze di succedere e di succedersi. In questo senso il momento presente ha un legame molto intimo con la dimensione ritmica di qualsiasi performance creativa, poiché permette alla persona che lo sta abitando, di interrompere qualsiasi invasione temporale che possa forviare la partecipazione attiva, e dare vita a un libero fluire di eventi-attimi e a una dimensione attentiva sintonizzata pienamente con il momento presente. Quindi se il momento presente è una armonica presenza di tre dimensioni temporali quali il passato, il presente e il futuro è altrettanto importante sottolineare quando la dimensione armonizzante del ritmo riesca a restituire al qui e ora la sua componente primordiale, fatta di originarietà ed espressività, in termini sia di movimento che di creazioni sonoro – musicali. Quindi la dimensione ritmica è di fondamentale importanza per riportare la persona a una condizione temporale fluida, abitata da elementi istintivi, creativi e intuitivi, che gli consentono di trasformare se stesso in essere, e le sue azioni in gesti significativi ed espressivi, creando una sorta di "equidistanza sensoriale, percettiva e temporale", da esperienze legate visceralmente a stati di stress o di ansia (futuro) e a processi rimuginativi e regressivi (passato).  

Asger Jorn

Contenimento e Sintonizzazione

La fragilità ha una forte relazione con il senso di meraviglia, ed è l’intensità stessa e il modo in cui essa entra a far parte della nostra esperienza che definisce ciò che vogliamo e soprattutto il modo in cui desideriamo viverla, ripeterla o evitarla del tutto. L’esperienza che abbiamo è strettamente correlata con il valore che attribuiamo a una determinata esperienza, e la relazione di entrambi ci dice in che misura ci relazioniamo a ciò che non conosciamo e alle modalità che elaboriamo per gestire ciò che si mostra come sconosciuto e incontrollabile. Bauman sostiene che se, da un lato, «viviamo senza dubbio in alcune delle società più sicure che siano mai esistite; dall’altro, a dispetto di tutte le prove concrete, siamo precisamente noi stessi coloro che si sentono più minacciati, insicuri e spaventati; siamo paurosi e più legati a tutto ciò che abbia a che fare con la sicurezza e la prevenzione, molto più che gli abitanti della maggior parte delle società conosciute» Se andiamo a guardare in profondità il senso d’incertezza noteremo che un evento incerto è per sua definizione imprevedibile, cioè potrebbe essere negativo, positivo o neutro; nella maggior parte dei casi non esistono ragioni oggettive per effettuare una previsione negativa, poiché nessuna previsione è realmente attendibile finché non viene verificata, finché rimane un’ipotesi. Che legame esiste tra la fragilità umana e il senso d’incertezza? Un bambino quando scopre il dolore piange e di conseguenza quel dolore necessità di contenimento che altro non è che una funzione eminentemente materna, volta ad offrire al neonato un ambiente emotivo rassicurante che compensi la frustrazione che questi sperimenta a causa degli stimoli sia interni sia esterni. Il prototipo fisico del suddetto contenitore è rappresentato dal tenere tra le braccia il bambino, proteggendolo e avvolgendolo. Winnicott, per designare tale evento, usa il termine holding, affermando che la madre è per il bambino un ambiente rassicurante attraverso le braccia, le mani, il corpo, favorendo una sensazione empatica e rassicurante. Cosa succede al bambino se non viene contenuto? Se venisse lasciato completamente in balia di un senso di profonda frustrazione? E cosa accade alle persone adulte quando sono in balia di se stessi e quindi in una condizione di frustrazione generata da un senso di incertezza e dubbio? E ancora, cosa accade a un bambino quando pur contenuto avverte nella madre elementi di incertezza, insicurezza e paura? In quei momenti avviene un processo di spostamento e di totale stravolgimento psicofisico, uno spostamento che dal corpo raggiunge la mente e l’emozione vissuta viene considerata inaccettabile, intollerabile, spaventosa. E poiché l’emozione è un elemento incontrollabile susciterà in futuro spavento, frustrazione e ansia. Che legame esiste tra l’incertezza, e la mancanza di contenimento? Un bambino non contenuto anziché vivere nel corpo viene pervaso dall’incertezza e questo senso d’incertezza verrà inevitabilmente assorbito da processi rimuginativi che portano a pensieri catastrofici (paura di ciò che succederà) o di immobilismo (paura di non essere all’altezza). Un musicoterapeuta si avvicinerà in più di un occasioni a queste dimensioni generate dall’incertezza e dovrà essere capace di “contenere” l’adulto, l’adolescente e il bambino e riportarli un’esperienza, generata da un processo di completa fusione con il pensiero, di defusione e cioè di completa accettazione della realtà. Per essere capace di contenere, un musicoterapeuta deve essere in grado di sintonizzarsi completamente con l’altro e cioè come spiega Daniel Siegel “il modo in cui focalizziamo la nostra attenzione sulle persone e incorporiamo la loro essenza nel nostro mondo interiore [..] Il lato soggettivo della sintonizzazione e quell’autentico senso di connessione, di vedere una persona a fondo, di comprenderne l’essenza di quel momento. Quando gli altri si rendono conto della nostra sintonizzazione con loro si “sentono sentiti” da noi”. Un musicoterapeuta quindi deve essere in grado si connettersi e sintonizzarsi pienamente con l’altro e cioè “per essere davvero aperti ai segnali inviati da un’altra persona, dobbiamo trascendere dalla prigione dei ricordi e muoverci verso uno stato aperto di presenza. Per entrare apertamente in sintonia dobbiamo essere pienamente recettivi” e per essere recettivi un musicoterapeuta deve mettersi in una condizione di disponibilità a sentire prima se stesso per poi creare una strada che gli consenta di arrivare all’altro e contenere l’emotività paralizzata o completamente smarrita e riportarla a una condizione di realtà e cioè di sana e umana incertezza, Poiché, come ho precedentemente affermato, nessuna previsione è realmente attendibile finché non viene verificata, finché rimane un’ipotesi.

Jackson Pollock

John Cage, Il Silenzio e la Musicoterapia

La storia del suono è, nella sua esperienza di nascita, propagazione e ritorno alle origini, una vicenda che bisogna considerare da più angoli. Il suono ha un legame profondo con la natura poiché la sua origine è pienamente ancorata a un mondo di acqua, di aria e di terra. Il corpo umano nella sua espressione ed entità viscerale, è nella sua natura, un universo sonoro. Suoni che hanno una scansione binaria come ad esempio il battito cardiaco, un universo di rumori bianchi e di interiorizzazione emozionale degli stessi. Suoni a volte difficilmente circoscrivibili da definire e riproporre in forme melodiche, poiché totalmente assenti da strutture che la società chiama musica, canzone, opera. John Cage, compositore e teorico musicale statunitense afferma: “se sviluppi un orecchio per i suoni che sono musicali è come se sviluppassi il tuo ego. Inizi a rifiutare i suoni che non sono musicali e in quel modo ti tagli fuori da una gran quantità di esperienze.” In questa frase è riassunta gran parte della storia del suo pensiero che ha creato le basi e i fondamenti per la musica contemporanea dove acquisiva un ruolo determinante il silenzio. Cage stesso infatti afferma: “Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l’intenzione di ascoltare e quella di non farlo.” Spesso quando ci si approccia alla musicoterapia la prima idea che giunge alla mente è quella di una suggestiva disciplina creata sulla base di un universo sonoro finalizzato a un processo di guarigione. Un’idea interessante, allettante ma nella sua elaborazione ne esclude sensibilmente il ruolo fondamentale del silenzio. Silenzio, è una parola che deriva dal latino silentium, derivazione di silēre: "tacere, non far rumore" e si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore in senso figurato, può indicare l'astensione dalla parola o dal dialogo. Ma è veramente questo il silenzio? Secondo Cage il silenzio non esiste, salvo poi passare paradossalmente alla storia come un brano costituito dal silenzio stesso. Non si tratta di un pezzo che pone al centro della propria attenzione il silenzio, come spesso si crede: esso inscena il silenzio, ma soltanto in modo funzionale a lasciare al suono la più libera e casuale espressività. Musica aleatoria assoluta, in cui né il compositore né l’esecutore ha alcun potere sulla musica prodotta. Il brano potrà anche essere composto da silenzio, ma il silenzio non è atto di nulla, quanto potenza di tutto, pronta all’atto. La musicoterapia concepisce il silenzio in queste forme e cioè potenza di tutto, pronta all’atto, poiché la persona in quella dimensione non è altro che un individuo totalmente svuotato da condizionamenti e che in un contesto protetto e non giudicante si avvicina a se stesso e a una condizione primordiale di espressività e di comunicazione. Se il silenzio fosse assenza allora dovrebbe essere inteso come un luogo di impedimento, di realtà statiche del tutto spogliate della loro autenticità, ma essendo uno spazio energetico di progressiva o improvvisa casualità, in esso vive la più elementare e non per questo di semplice comprensione, esperienza di ascolto e intima conoscenza dello spazio. Ritornando nuovamente alla domanda se il silenzio esiste nelle condizioni in cui viene definito da vocabolari o significati semantici è interessante cogliere il modo in cui l’uomo si relaziona ad esso e se è vero che corrisponde a una totale assenza di suoni, parole ecce cc perché gli uomini scappano da esso? Perché lo riempiono continuamente? Perché il silenzio diventa in questa accezione un’esperienza di evitamento? Se l’elemento che più lo contraddistingue è l’assenza perché l’essere umano si impegna così tanto a colmarlo di qualunque cosa? E se il silenzio non esistesse e ci fossero esperienze di silenzio? Ecco di cosa si occupa la musicoterapia: scoprire le modalità comunicazionali di un individuo partendo da diverse esperienze di silenzio e osservando o accompagnando il modo in cui viene accolto, provando a modificare determinati schemi comportamentali. Se l’uomo fugge dal silenzio allora significa che sta fuggendo da se stesso, se l’uomo resta nel silenzio allora ha scelto di ascoltare il suono primordiale che appartiene al corpo e al modo in cui il corpo si esprime. "4'33'' ("quattro minuti e trentatré") è una composizione di John Cage, la più rivoluzionaria della musica contemporanea. In questo pezzo l'esecutore ha l'obbligo di non suonare assolutamente nessuno strumento, esattamente per quattro minuti e trentatré secondi. Sì, non suonare. In un famoso video si vede, infatti, Cage avviarsi al pianoforte, sedersi sullo sgabello davanti alla tastiera e poi stare fermo, immobile. Esattamente per quattro minuti e trentatré secondi. Quattro minuti e trentatré secondi che appaiono lì per lì di silenzio totale, quasi imbarazzante. Questo salvo accorgerci, dopo pochissimo, che invece quel silenzio non esiste. Esistono rumori di sottofondo, invece, che assurgono in primo piano. Tanti, diversi, che diventano tutti parte integrante della composizione... anzi la composizione stessa. La musicoterapia è simile all’opera “4.33”. Un bambino potrebbe restare per trenta minuti senza esprimere parola o movimento e al tempo stesso esprimere pienamente il suo disagio, la sua gioia o la sua esperienza di essere umano. Il suono che poi viene fuori, ricreato dagli strumenti appositamente scelti dal musicoterapeuta non sono altro che il prolungamento di un esperienza di silenzio. La sua continuazione e piena oggettivazione in termini di movimento, ed espressione sonora del corpo.

Jean-Michel Basquiat, Trumpet

Educare, portare fuori: un nuovo approccio multisciplinare

Educare proviene dal latino educĕre che significa letteralmente trarre fuori, allevare, condurre, e in generale, promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona. Un verbo molto importante che viene spesso associato a delle responsabilità familiari riguardanti un atteggiamento che stimoli le capacità relazionali del bambino e ne valorizzi la propria unicità. Ma cosa avviene nel profondo dell’animo del bambino quando i processi di stimolazione e valorizzazione escludono in maniera categorica la creatività? Quando l’attitudine ad educare assume una tendenza a considerare più gli aspetti morali o facoltà intellettuali, che una reale e significativa forma di apertura e di scoperta verso il proprio mondo interno e quello circostante? Cosa succede all’interno del bambino quando non vengono adeguatamente stimolate le capacità di accogliere le differenze? Tra i significati che ho riportato ce ne è uno che a mio avviso assume un ruolo centrale nella crescita e nello sviluppo intellettuale e creativo del bambino: trarre fuori. Portare fuori. Ma cosa? Quali elementi interni e primordiali appartenenti all’animo bisogna portare fuori, lasciare che esistano, per poi finalmente trasformare? E che ruolo hanno le artiterapie con il portare fuori?

Le artiterapie vengono suddivise in quattro discipline: la Musicoterapia, che utilizza il suono, il corpo e il movimento, le artiterapie che utilizzano tecniche plastico pittoriche, la teatroterapia che fa riferimento all’espressività e al teatro e la danzamovimento terapia che ha come elemento cardine la danza. Dopo anni di pratica e di continue messe in discussione sono giunto alla conclusione che attuare una distinzione netta tra le discipline equivale a spogliarle delle loro reali potenzialità creative ed espressive. La musicoterapia ad esempio è molto adatta per creare la relazione, attivare il movimento e stimolare una forma specifica e non universale di creatività, che è quella legata alla costruzione armonica o disarmonica di una sequenza di suoni. Specifica e non universale, poiché il bambino, nel momento in cui si approccia in maniera sana e non giudicante alla creatività si relaziona alla creazione come a un sistema interno fluido e trasformativo capace di accogliere mondi espressivi differenti e non a una ridotta e nel lungo periodo disfunzionale creazione di suoni, ritmi armonie capaci di stimolare il corpo, l’espressività del corpo e la manualità. E se ad esempio un bambino affetto da disturbo dello spettro autistico non provasse interesse verso i suoni? Se un bambino desiderasse conoscere in maniera più ampia e non specifica le proprie capacità creative? Se un bambino attraverso un percorso musicoterapico fosse giunto a buon livello relazionale e motorio e desiderasse andare oltre quella sfera esplorativa?

Nel centro dove attualmente lavoro come musicoterapauta insieme alla mia collega arteterapeuta abbiamo scelto sin dal primo momento di integrare le due discipline e a seconda delle esigenze dell’utente, attingere da più discipline. E in più di un’occasione ci siamo ritrovati a mettere in discussione il modo che avevamo di intraprendere percorsi terapeutici; nel momento in cui le tecniche ortodosse rifacenti alle due discipline erano andate in saturazione, nel momento in cui il bambino approcciatosi alla creatività iniziava a sentire il bisogno di andare oltre la relazione e spingersi in luoghi da lui ancora inesplorati e che il panorama, nel mio caso musicoterapico ortodosso, non gli dava la possibilità di conoscere.

“Educere” e ciò portare fuori, ancora una volta questo verbo. Così profondo, intimo e meravigliosamente fluido, che protende non soltanto verso un’azione di conoscenza, ma di vera e propria ri-disegnazione della propria esperienza. E cioè la capacità di portare fuori un’emozione, dare modo alla stessa di esistere per poi prima contenerla e in ultimo trasformala. E se un bambino non riuscisse a portare fuori il senso di profondo smarrimento cosa succederebbe? 

Una disciplina come la musicoterapia, presa singolarmente ha le capacità e gli strumenti necessari per giungere in maniera profonda a ognuna delle fasi da me esplicitate?

 

 

Ad Reinhardt - Untitled (Red and Gray).

Ascoltare, Comunicare, Sentire

Nella sua personale al MoMA di New York, avvenuta dal 14 marzo al 31 maggio 2010, Marina Abramovic durante tutta la durata della performance - tre mesi - se ne restò immobile, in silenzio, seduta davanti a un tavolo per molte ore al giorno, a incontrare gli sguardi, il corpo e il volto del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicinava lentamente e le si sedeva di fronte per tutto il tempo che riteneva necessario. Un dialogo silenzioso e commovente che non lasciava mai indifferenti e che avveniva attraverso il corpo e il contatto oculare. Il campo di energia che si generava da quell’incontro dava luogo a momenti d’intensa commozione, poiché non vi era alcun “narcisismo di ritorno” ma diverse forme di insight che toccavano corde poco abituate a vibrare. Quello che l’artista ha ricreato è una delle forme di conoscenza e di ascolto più profonde e intime, e cioè quello che viene generato dal contatto oculare. In musicoterapia, quando ci si relaziona a bambini, ragazzi, adulti, che hanno nel non verbale la loro unica forma di espressione, la parola diventa marginale, e gli elementi capaci di generare energia, relazione e incontro, sono quelle appartenenti alla sfera del non verbale. Lo spazio diventa un luogo d’intesa e di scoperta, il corpo uno strumento relazionale e di espressione, e il contatto oculare, un vero e proprio centro nevralgico dove due esistenze vengono a incontrarsi. L’uno ad esprimere il proprio desiderio di essere, e l’altro (il terapeuta) ad accogliere e rendere esprimibile questo desiderio. Tra di loro si crea un rapporto fatto di silenzio, fisicità, contatto e movimento, in un contesto di relazione dove torna in superficie la primordialità che sta alla radice di ogni forma di comunicazione. Rolando Benenzon parlando della relazione non verbale che avviene in musicoterapia afferma: “nelle sedute di musicoterapia, il paziente riutilizza codici primari per esprimersi, in modo che, se il musicoterapeuta arriva a percepire in profondità tutti i codici durante il processo terapeutico, scopre la sua storia”. I codici primari di cui parla Benenzon fanno riferimento a quelle forme primordiali che appartengono all’essere umano fin dalla nascita, e che poi in un contesto di silenzio e in un luogo protetto e non giudicante come il setting musicoterapico, tornano in superficie e nel mostrarsi esprimono pienamente il modo in cui l’essere umano concepisce la relazione, il contatto e la sfera relazionale. Ma quanta capacità di ascolto abbiamo veramente? E soprattutto, quanto siamo disponibili ad abbandonare il nostro mondo fatto di opinioni, preconcetti, necessità e spingerci verso una forma di ascolto piena e reale? E in ultimo cosa significa veramente ascoltare e come si giunge a mettersi pienamente nei panni degli altri? Il musicoterapeuta quando sta nel setting, abbandona ogni forma di pensiero, per spingersi nell’unica dimensione temporale trasformativa esistente: il qui e ora. Nel porsi davanti a un ragazzo completamente non verbale che se ne sta in un angolo o che gli gira intorno senza mai cercare contatto o senza mai sfiorare o sperimentare gli strumenti da lui proposti il musicoterapeuta può scegliere due strade: quella dell’ascolto o quella della non accettazione della realtà. Se sceglie la prima abbandonerà qualsiasi forma di desiderio, di volontà per darsi completamente all’altro, se sceglie la seconda, la sua capacità di ascolto sarà profondamente ridotta ai minimi termini, poiché il silenzio verrà considerato come una forma di esclusione, che gli ricorderà forme primordiali di abbandono, e il girargli continuamente intorno, gli riporterà alla mente il periodo dell’assenza e l’idea che lui possa non esistere per l’altro. Cosa può insegnarci questo? Che l’ascolto comporta prima di tutto una forma di centratura emotiva e una tendenza a non etichettare comportamenti con parametri appartenenti a forme di espressione comuni, socialmente accettate e quindi fortemente etichettanti. Ed è proprio partendo da questo aspetto che ho scelto di iniziare l’articolo con la performance di Marina Abramovic, e giungere poi alla Musicoterapia, e all’atteggiamento del musicoterapeuta all’interno del setting. Marina Abramovic era presente per l’altro e per ognuno che avrebbe scelto di sedersi davanti a lei, e nel silenzio abbandonava ogni forma di desiderio narcisistico. Lei era li per l’altro. Così il musicoterapeuta abbandonando ogni forma di pensiero e di desiderio accoglie il mondo dell’altro e nel silenzio, in una dimensione trasformativa come quella del qui e ora, prova a rendere esprimibile il desiderio dell'altro.

 

 

Piet Mondrian - Ohne Titel

Il silenzio in Musicoterapia e nell’Espressività Corporea

Nella sua personale al MoMA di New York, avvenuta dal 14 marzo al 31 maggio 2010, Marina Abramovic durante tutta la durata della performance - tre mesi - se ne restò immobile, in silenzio, seduta davanti a un tavolo per molte ore al giorno, a incontrare gli sguardi, il corpo e il volto del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicinava lentamente e le si sedeva di fronte per tutto il tempo che riteneva necessario. Un dialogo silenzioso e commovente che non lasciava mai indifferenti e che avveniva attraverso il corpo e il contatto oculare. Il campo di energia che si generava da quell’incontro dava luogo a momenti d’intensa commozione, poiché non vi era alcun “narcisismo di ritorno” ma diverse forme di insight che toccavano corde poco abituate a vibrare. Quello che l’artista ha ricreato è una delle forme di conoscenza e di ascolto più profonde e intime, e cioè quello che viene generato dal contatto oculare. In musicoterapia, quando ci si relaziona a bambini, ragazzi, adulti, che hanno nel non verbale la loro unica forma di espressione, la parola diventa marginale, e gli elementi capaci di generare energia, relazione e incontro, sono quelle appartenenti alla sfera del non verbale. Lo spazio diventa un luogo d’intesa e di scoperta, il corpo uno strumento relazionale e di espressione, e il contatto oculare, un vero e proprio centro nevralgico dove due esistenze vengono a incontrarsi. L’uno ad esprimere il proprio desiderio di essere, e l’altro (il terapeuta) ad accogliere e rendere esprimibile questo desiderio. Tra di loro si crea un rapporto fatto di silenzio, fisicità, contatto e movimento, in un contesto di relazione dove torna in superficie la primordialità che sta alla radice di ogni forma di comunicazione. Rolando Benenzon parlando della relazione non verbale che avviene in musicoterapia afferma: “nelle sedute di musicoterapia, il paziente riutilizza codici primari per esprimersi, in modo che, se il musicoterapeuta arriva a percepire in profondità tutti i codici durante il processo terapeutico, scopre la sua storia”. I codici primari di cui parla Benenzon fanno riferimento a quelle forme primordiali che appartengono all’essere umano fin dalla nascita, e che poi in un contesto di silenzio e in un luogo protetto e non giudicante come il setting musicoterapico, tornano in superficie e nel mostrarsi esprimono pienamente il modo in cui l’essere umano concepisce la relazione, il contatto e la sfera relazionale. Ma quanta capacità di ascolto abbiamo veramente? E soprattutto, quanto siamo disponibili ad abbandonare il nostro mondo fatto di opinioni, preconcetti, necessità e spingerci verso una forma di ascolto piena e reale? E in ultimo cosa significa veramente ascoltare e come si giunge a mettersi pienamente nei panni degli altri? Il musicoterapeuta quando sta nel setting, abbandona ogni forma di pensiero, per spingersi nell’unica dimensione temporale trasformativa esistente: il qui e ora. Nel porsi davanti a un ragazzo completamente non verbale che se ne sta in un angolo o che gli gira intorno senza mai cercare contatto o senza mai sfiorare o sperimentare gli strumenti da lui proposti il musicoterapeuta può scegliere due strade: quella dell’ascolto o quella della non accettazione della realtà. Se sceglie la prima abbandonerà qualsiasi forma di desiderio, di volontà per darsi completamente all’altro, se sceglie la seconda, la sua capacità di ascolto sarà profondamente ridotta ai minimi termini, poiché il silenzio verrà considerato come una forma di esclusione, che gli ricorderà forme primordiali di abbandono, e il girargli continuamente intorno, gli riporterà alla mente il periodo dell’assenza e l’idea che lui possa non esistere per l’altro. Cosa può insegnarci questo? Che l’ascolto comporta prima di tutto una forma di centratura emotiva e una tendenza a non etichettare comportamenti con parametri appartenenti a forme di espressione comuni, socialmente accettate e quindi fortemente etichettanti. Ed è proprio partendo da questo aspetto che ho scelto di iniziare l’articolo con la performance di Marina Abramovic, e giungere poi alla Musicoterapia, e all’atteggiamento del musicoterapeuta all’interno del setting. Marina Abramovic era presente per l’altro e per ognuno che avrebbe scelto di sedersi davanti a lei, e nel silenzio abbandonava ogni forma di desiderio narcisistico. Lei era li per l’altro. Così il musicoterapeuta abbandonando ogni forma di pensiero e di desiderio accoglie il mondo dell’altro e nel silenzio, in una dimensione trasformativa come quella del qui e ora, prova a rendere esprimibile il desiderio dell'altro.