Consapevolezza Corporea

Il suono, il corpo, la voce

Oscar Agustin Alejandro

I passi e il contatto con la terra

Il modo in cui camminiamo dice molto su chi siamo e il modo in cui partecipiamo e occupiamo lo spazio. La postura del corpo, la posizione della testa e quelle delle braccia e l’andatura. Camminare racconta la nostra storia corporea, il rapporto che abbiamo con il nostro corpo e il livello di radicamento alla terra. Ogni qual volta nei miei laboratori ho chiesto se ci fosse qualcuno che “sentisse” e percepisse il contatto del corpo con la terra la risposta è sempre stata negativa e questa semplice risposta mette in evidenza il nostro livello di connessione o al contrario la divisione esistente tra noi e il corpo dalla lontananza tra noi e la realtà del qui e ora. Più si è lontani dal qui e ora tanto più distanti si è dalla realtà; meno sensibili siamo al contatto con la terra più poniamo l’attenzione verso l’alto e quindi rivolgiamo l’attenzione non verso chi siamo realmente ma verso ciò che vorremo essere o su ciò che abbiamo inevitabilmente perso e che nel bene e nel mane non ci appartiene.

La terra ci tiene ancorati a ciò che siamo e all’esperienza che stiamo vivendo o come afferma Jon Kabat Zinn “è come se baciassimo la terra e questa ricambiasse il bacio”. Se stiamo sulla terra teniamo conto della realtà e del modo in cui si esprime e si trasforma attimo dopo attimo. Se non teniamo conto dei passi siamo altrove in angoli sperduti della nostra mente, dove il passato e il futuro si alternano vicendevolmente alimentando paure, rimorsi, errori, e soprattutto, dando nutrimento ad esperienze che non siamo in grado di mutare e sulle quali non abbiamo nessuna possibilità di controllo. Se stiamo sulla terra restiamo aggrappati al corpo, alla sua condizione di verità, di necessità e azione. Camminare quindi ci racconta dove siamo, in che modo percepiamo la nostra esperienza e la modalità in cui decidiamo di affrontarla. Nelle mie esperienze di moderatore corporeo ho visto spesso braccia rigidissime attaccate al corpo, spalle chiuse o sollevate, occhi rivolti verso il basso e testa reclinata. Il corpo che raccontava incertezza, paura, vergogna, severità. Corpi che trascinavano i piedi o che percorrevano con impazienza il loro percorso di marcia. Corpi inclinati in avanti, braccia frettolose e gambe incapaci di piegarsi e prendere finalmente  il volo. Quel volo che ci ancora alla terra nei momenti d’incertezza e che ci rende autentici in un istante di fragilità. Camminare quindi come spiega Jon Kabat Zinn “è una caduta controllata in avanti, un processo che ci si mette molto tempo a padroneggiare. Quando la mente se ne va, dunque, prendiamo nota di dove sia andata a finire, di ciò che abbiamo in mente al momento, e poi scortiamola con gentilezza riportandola al momento presente, a questo preciso respiro, a questo preciso passo…Non occorre guardarsi i piedi: loro sanno, misteriosamente, dove si trovano, possono essere abitati dalla consapevolezza e trovarsi in contatto, attimo per attimo, con ogni parte del ciclo motorio di cui è composto il passo e anche con l’intero corpo che cammina e respira”. Nell’espressività corporea il passo è di fondamentale importanza, per giungere alla sua autenticità deve inevitabilmente tornare sulla terra e riprendere contatto con la realtà e regalare al corpo gentilezza e la umana fragilità, in maniera tale che non si senta ingabbiato nelle regole precostituite che la mente crea e riconfigura nel trascorrere del tempo. Nell’espressività corporea camminare equivale ad esprimersi, a sentire, a riconsiderare la realtà rendendola partecipe di un contatto intimo e profondo che non ricerca alcuna regola o schema precostituito, cerca solo ciò che è originario e reale e cioè la profonda relazione che esiste tra l’essere e la realtà, tra il momento presente e l’ultimo movimento abitato capace di ridare emozione al gesto. 

 

 

Gabriel Orozco

la consapevolezza di restare nel corpo

Chi siamo? Che persona vogliamo essere? Che gesti e azioni vogliamo che il nostro corpo possa compiere? Gli uomini, le persone si pongono mai domande simili? E se si in che termini portano avanti la loro vita?

L’espressività corporea ci insegna a portare il corpo li dove desiderava ardentemente giungere e soprattutto, nel modo in cui desiderava farlo. Étienne Decroux attore e artista del mimo affermava: “Il modo in cui si dà, vale più di quello che si dà. Quindi guardate soprattutto come il mimo si china per cogliere un fiore. È questo l'importante, perché solo questo ci dice ciò che è utile sapere, e non che un fiore che prima era nel prato adesso è sul petto". Cartesio in una famosa frase afferma “cogito ergo sum” e cioè penso dunque sono. Ma è veramente così centrale il nostro pensiero? Ci dice veramente chi siamo? E soprattutto, pensare è un’azione che definisce chi siamo e cosa vogliamo? Oppure bisognerebbe insegnare agli uomini e ancor prima ai bambini il modo in cui utilizzare il pensiero creando cioè quell’alternanza tra la mente e corpo e insegnare ad usare l’uno quando serve e cedere il passo all’altro quando bisogna restare nel corpo e cioè sentire e in ultimo accettare. In espressività corporea non conta cosa facciamo o cosa il corpo decide di fare, ma l’aspetto che più determina l’atto di esistere e di esserci è il modo in cui lo facciamo e in questo Etienne Decroux riassume in poche parole il cuore dell’azione consapevole e dell’espressività umana. Antonin Artaud in un testo sul teatro scriveva: "bisogna ammettere nell'attore l'esistenza di una sorta di muscolatura affettiva corrispondente alla localizzazione fisica dei sentimenti". Decroux e Artaud mettono in evidenza il come e gli strumenti che uomo può utilizzare per sentire e portare fuori la propria emotività. Una muscolatura affettiva corrispondente alla localizzazione fisica dei sentimenti e cioè un corpo che si muove unicamente per esprimere. Quanti in questo emisfero scelgono la strada del sentire e quanti invece si fermano nella gabbia del pensare? E soprattutto quando scelgono, decidono, scoprono chi vogliono essere quale strumento utilizzano? Il corpo o la mente o nella giusta misura usufruiscono di entrambi?

Se è vero che è la mente a dirci chi siamo perché nella determinazione della nostra vita sono così importanti le azioni? E ancora; la mente è veramente capace di risolvere problemi che abbisognano dell’agire e del modo in cui ci relazioniamo alle cose che riteniamo importanti? Un gesto significativo comporta elementi di consapevolezza, apertura, pazienza e soprattutto accettazione. È possibile accettare quella parte di noi che ci disturba se l’unico strumento che utilizziamo è la mente e il pensiero? È possibile accettare quello che siamo se ci relazioniamo continuamente o compulsivamente al pensiero?

Quando ci si muove o portiamo a compimento un gesto la nostra persona può scegliere di essere li insieme al gesto o fuori dal corpo. Ho visto tante persone partecipare ai miei laboratori che nel momento in cui si esprimevano o cercavano di farlo si interrogavano se l’azione che stavano portando a compimento fosse giusta o sbagliata o persone con problematiche relative alla deambulazione che nel momento in cui compivano un semplice gesto spostavano completamente l’attenzione sulla malattia. La mente non ha niente a che vedere con l’accettazione poiché l’accettazione non comporta il porsi delle domande elaborate solo in superficie, non si interroga sul perché, il gesto quando è vivo non esce fuori dal corpo ma esiste come esperienza all’interno di esso, poiché l’uomo ritornando ad Artuad è dotato di una sorta di muscolatura affettiva corrispondente alla localizzazione fisica dei sentimenti. Il fine stesso dell’espressività corporea è quella di rendere il corpo un luogo fisicamente e umanamente emozionale ponendosi a una giusta distanza dai sistemi di pensiero affinché l’uomo piuttosto che pensare la vita possa sentirla e quindi viverla. Chi siamo? Cosa vogliamo essere? Sono domande che acquistano valore nel momento in cui l’individuo decide di affidare la propria sorte alle azioni e rendere il pensiero uno strumento di pianificazione e non di azione poiché se facesse questo cadrebbe in una gabbia di sofferenza e dolore, attraverso azioni rimuginative. L’uomo per poter vivere la vita che desidera deve prima di tutto imparare a volare, a restare illeso nell’oceano del dubbio e nelle tempeste generate da paura e insicurezza, un volo che solo il corpo è in grado di affrontare poiché la mente conosce solo la paura   

Banksy

Lentezza e velocità nell'espressività corporea

La lentezza e la velocità sono sia due fenomeni corporei che due modalità di comportamento e quindi due dimensioni opposte di esistere e di essere. L’essere umano può scegliere di compiere le proprie azioni in modo lento oppure scegliere una strada assolutamente opposta e ciò in modo veloce e improvviso. Nell’espressività corporea si utilizzano queste due estremità per portare la persona a una maggiore conoscenza del movimento sia in termini di consapevolezza che nella sua più armoniosa esecuzione. Il tema di molti miei laboratori è rivolto a questa interessante differenziazione e in tanti durante i momenti di verbalizzazione mi hanno manifestato la voglia di riscoprire la lentezza, di viverla, sperimentarla e soprattutto conoscerla.

Nei vari training espressivi porto il gruppo a muoversi il più lentamente possibile in maniera tale da giungere a un’osservazione consapevole non solo del movimento ma di cogliere una storia più intima e nascosta e cioè alla narrazione che il corpo mette in atto nella suggestiva concatenazione di gesti che mostrano equilibrio o disequilibrio, armonia o disarmonia, tremore o un latente senso di inadeguatezza. Il movimento esprime e racconta la sua origine e descrive il luogo che lo ha creato, controllato, nascosto, frenato o espresso: l’essere umano. Differenziare e contrapporre queste due realtà significa portare la persona a una maggiore conoscenza di sé stesso in termini di esplorazione, pazienza, conoscenza e semplice esecuzione o oggettivazione di un qualcosa. Come ho scritto in un precedente articolo dove facevo riferimento a John Cage, il silenzio di fatto non esiste, poiché se esistesse veramente nelle forme in cui l’uomo lo descrive l’essere umano lo abiterebbe invece di evitarlo o riempierlo spesso in maniera compulsiva. E se è vero che il silenzio non esiste in quale modo l’uomo costruisce il suo agire? La risposta a questa domanda apre la strada a una realtà opposta rispetto alla lentezza e cioè la velocità. La velocità di per sé esprime tante cose, la frenesia, l’impulsività, il desiderio estenuante o la gioia. Ma anche la decisione e l’assertività. Nell’espressività corporea la velocità è un opposto, una contrapposizione emozionale che serve per dare la possibilità a chi pratica di entrare in una dimensione di scoperta e meraviglia.

Durante i training espressivi la maggior parte delle persone a cui chiedevo di muovere il braccio in maniera veloce quando alla fine dell'esperienza domandavo cosa avessero "sentito" la risposta era quasi sempre negativa o ovattata da un senso di profondo dubbio. Quando invece lasciavo che muovessero con estrema lentezza una certa meraviglia abitava i loro occhi. Ma a cosa servono questi due opposti? E che rilevanza hanno nella vita quotidiana? Educare ad essere significa spingere l’essere umano a esprimere ciò che realmente è; nel processo di scoperta l’individuo dovrebbe apprendere cosa e in che modalità riscoprire e abitare la realtà. Spesso accade che l’uomo capovolge il senso delle azioni utilizzando modalità disfunzionali per raggiungere degli obiettivi specifici. La mente ad esempio serve per prendere delle decisioni, per fare delle scelte, per decidere cosa e in che modo raggiungere un terminato traguardo ma nella maggior parte dei casi viene utilizzata per risolvere questioni di cui la mente non è a conoscenza come ad esempio scacciare pensieri, modificare uno stato emotivo, giudicarsi, arrabbiarsi con se stesso, metallizzare e controllare tutto. Allo stesso modo la velocità e la lentezza.

L’uomo agisce in modo veloce li dove dovrebbe riscoprire il valore dell’attesa e della pazienza e li dove dovrebbe agire con velocità si inerpica nell’intricato dedalo del dubbio.  Il corpo rende manifesto queste verità e l’espressività corporea riporta in superficie questa dispersione fatta di scelte non ponderate, dubbio e mancata assertività. Un corpo equilibrato si muove lentamente e in maniera armoniosa. Un corpo resiliente esprime il gesto con decisione, un corpo consapevole osserva se stesso riscoprendo il valore dell’attesa, un corpo assertivo muove con decisione il corpo. Sono questi i temi che utilizzo per i miei workshop. Riportare alla loro reale natura questi due opposti e offrire ai partecipanti la possibilità di conoscerne le sfumature, ristrutturando schemi corporei e modalità di comportamento

 

 

 

 

Sam3

Ritmo, Eutonia e Movimento

Susanne Martinet nel libro la musica del corpo mette in evidenza la differenza che si viene a creare tra un movimento “abitato” e un movimento “non abitato”, e cioè una diversità e dissomiglianza che si viene a creare tra un gesto che viene espresso pienamente, e un movimento che invece si presenta in maniera spenta e assente. Se ci soffermassimo ad osservare in profondità l’essere umano noteremo nella dimensione corporea e quella più specifica dei movimenti tantissimi aspetti in eccesso. Alcuni esprimono tensione, altri manifestano rigidità, altri eccesso in termini di velocità o lentezza. Quando un movimento viene contraddistinto da contrazioni, rigidità o elementi che ne limitano l’espressività e l’armonia, afferma Gerda Alexander, non è Eutonico, e cioè non basato sulla ricerca di un tono armoniosamente equilibrato. Ma quando un tono diventa armoniosamente equilibrato? E soprattutto come si può raggiungere un simile traguardo? E che legame esiste tra la consapevolezza corporea e la vitalità di un movimento “abitato”?

L’essere umano vive di abitudini e soprattutto di convinzioni. Le abitudini non sono altro che manifestazioni appartenenti all’esperienza quotidiana fondamentali per rafforzaree sicurezze, mentre le convinzioni mettono in evidenza il potere coercitivo che assumono le norme culturali e le regole morali di una determinata società. Le conviznioni ci portano spesso verso strade non volute e disegnate da altri, verso una dimensione esistenziale e affettiva spenta o parzialmente viva; le norme culturali e morali oltre ad alimentare una certa rigidità e rigore emotivo ed espressivo, spengono il corpo e tutto il suo potenziale espressivo. Quando si è consapevoli di questo si inizia a destrutturare alcuni schemi corporei/affettivi e relazionali appresi con il tempo, quando invece il livello di consapevolezza è lieve o del tutto assente si persevera verso una strada densa di regole, limitazioni e abitudini. Alla luce di questa premessa è possibile comprendere quanto l’essere umano negli ultimi anni vada alla ricerca di spazi protetti e non giudicanti per poter esprimere pienamente se stesso o spazi liberi, lontani e nella loro dimensione sconosciuta, protetti.Esiste quindi un rapporto profondo tra l'espressività e il giudizio che è una variabile culturale derivante dalle regole morali.

L’atto di strisciare, disegnare una semplice linea all’infinito o il portare alle labbra un urlo che possa giunere vibrante all’esterno insieme alla combinazioni di energie inespresse mettono in evidenza quanto l’individuo, le persone, non siano pronti o non vengono messe nelle condizioni di potersi esprimere liberamente.

Dalcroze affermava che “quando la musica sarà entrata profondamente nel corpo dell’uomo e sarà tutt’uno con lui, probabilmente sarà possibile danzare senza accompagnare le danze con suoni. Basterà il corpo da solo per esprimere gioie e dolori dell’umanità”. Dalcroze attribuiva grande importanza alla musica e basava tutta la sua opera e idea sui suoni. Questo perché il suono una volta entrato nel corpo dell’uomo rendeva armonico ogni suo movimento a tal punto da trasformare il corpo in un’espressione emozionale di un movimento. L’essere umano quando non è eutonico non è musicale e soprattutto non ha alcuna dimensione ritmica. Il suo corpo si muove in eccesso e muovendosi in eccesso non vola, non esprime e non accoglie l’esperienza esterna ma rigettandola fuori da se stesso l’allontana. A proposito del ritmo Dalcroze afferma “nella musica il ritmo ha un ruolo ugualmente importante di quello della sonorità; so per esperienza che, grazie al ritmo sperimentato su se stessi, grazie a un’educazione che sviluppa i ritmi naturali del corpo, si può far amare la musica anche a coloro che non ne apprezzano le sonorità. L’ameranno per il movimento che racchiude in sé, quando tale movimento sarà diventato per loro naturale e familiare”. L’ameranno per il movimento che racchiude in sé, quando tale movimento sarà diventato per loro naturale e familiare. Lavorando con persone affetta da Sclerosi multipla, Parkinson e Tetraparesi Spastica ho potuto notare come le specifiche malattie avessero portato le persone affette a una parziale o totale perdita di armonia e soprattutto una totale mancanza di espressività. Ma dopo diversi training espressivi mi sono reso conto che il loro corpo oltre a non essere "abitato" non aveva alcuna familiarità con ritmo. Solo mediante un lavoro specifico sul ritmo è stato possibile portare il corpo a una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e di conseguenza a migliorare l’espressività, l’armonia e rendere più abitato il movimento. Quindi è indispensabile nei processi eutonici far coabitare la consapevolezza, la flessibilità, espressività, il suono e soprattutto il ritmo che essendo un collante tra il movimento e l’espressività, diventa uno strumento importantissimo per creare eutonia e raggiungere la naturale, familiare, ed essenziale espressione del proprio essere

 

Blu

Il grounding: l'importanza del radicamento

Alexander Lowen dice: “Nel linguaggio del corpo avere i piedi per terra significa essere in contatto con la realtà; significa che la persona non opera sotto l’influsso di una illusione. In senso letterale tutti hanno i piedi per terra, in senso energetico però le cose non stanno sempre così…in alcune situazioni l’energia viene ritirata dai piedi e dalle gambe e si dirige verso l’alto, verso la testa. Questo spostamento dell’energia produce uno stato dissociato tra la mente e il corpo”. Avere i piedi per terra significa essere in Grounding, essere completamente radicati e in piena connessione con la terra. Essere radicati quindi significa avere il corpo spostato verso il basso, verso la realtà e non verso l’alto, e cioè completamente o parzialmente identificati con le illusioni, le storie, le narrazioni che di continuo la mente ci racconta.

Mindfulness è un termine che significa "attenzione consapevole" o "attenzione nuda". Secondo la definizione di Jon Kabat - Zinn Mindfulness significa "porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente nel momento presente e in un modo non giudicante". Più si è radicati a terra più si è propensi a vivere il momento presente. Quando il nostro sguardo è rivolto alla realtà non tende a giudicarla, ma ad accoglierla così come essa si presenta. Al contrario, il mancato radicamento corrisponde a un completo o parziale rifiuto della realtà."Noi essere umani siamo come gli alberi" diceva Alexander Lowen, "radicati al suolo con estremità, protesi verso il cielo con l'altra, e tanto più forti sono le nostre ra-dici terrene.   Se sradichiamo un albero, le foglie muoiono; se sradichiamo una persona, la sua spiritualità diventa un'astrazione senza vita". Il paragone fatto da Lowen è molto più che un'immagine poetica: il radicamento o grounding per lui voleva dire essere radicati nella propria verità, accettando se stessi e i propri vissuti. Una persona, acquistando grounding, diventa più consapevole, più capace di esprimersi e più padrona di sé: avendo una sua "posizione", sa dove è e chi è”. Il grounding rappresenta quindi il contatto della persona con le realtà di base della propria esistenza, che in tal modo, dice Lowen nel suo libro La spiritualità del corpo è "radicata nella terra, identificata con il proprio corpo”.

La Musicoterapia, come l’espressività corporea e altre discipline di natura olistica, spingono la persona verso l’alto, senza però mai condurla verso un radicale e traumatico sradicamento. La persona esprime se stessa partendo dalla propria emotività, e al tempo stesso, si rende consapevole che quello che sta provando è l’espressione più autentica della sua personalità, e prendendo consapevolezza di ciò che è, anziché sradicarsi si radica alla terra, al suo cuore e al suo essere persona. Generalmente chi ha poca stima di se stesso tende a non essere radicato; una precarietà, un senso di instabilità che nasce prima di tutto da un rifiuto della realtà, e da una da tendenza a giudicarla nutrendo il proprio spirito di quelle storie che la mente è abituata a raccontare riguardanti il modo in cui dovremmo essere e ciò che non abbiamo o che non riusciamo a ottenere. La persona in questo caso e spostata totalmente verso l’alto rifiutando la realtà. La musicoterapia, la danzomovimento terapia, l’espressività corporea e discipline simili permettono alla persona – poiché vengono applicate sempre in luoghi protetti e non giudicanti - di scoprire la natura stessa dei loro desideri e le potenzialità creative delle loro capacità espressive.  Ogni qual volta la persona si muove in maniera spontanea rende il corpo e ogni singolo suo movimento più autentico. Ogni qual volta la persona si rende autentica crea un legame inscindibile con la terra. Ogni qual volta una persona crea un legame con la terra pone l’attenzione in modo non giudicante al momento presente. Ciò che io cerco di offrire ai gruppi e alle persone che scelgono di partecipare ai miei laboratori è questa dimensione reale e spirituale del radicamento, che consente alla persona di volare senza mai perdere il contatto con ciò che è e con quello che la realtà può offrirgli. 

 

Gonzalo Borondo

Espressività Corporea per persone affette da Sclerosi Multipla

La sclerosi Multipla è una malattia autoimmune cronica demielinizzante, che colpisce il sistema nervoso centrale causando un ampio spettro di segni e sintomi. Può colpire qualsiasi area del sistema nervoso centrale, essendo così caratterizzata, da un punto di vista clinico, da una grande varietà di segni e sintomi. Un malato può presentare quasi ogni sintomo o segno neurologico, come la perdita di sensibilità, formicolio, pizzicore, intorpidimento (ipoestesia e parestesia), ipostenia (debolezza muscolare), clono, spasmi muscolari, difficoltà nel movimento o difficoltà di coordinamento ed equilibrio (atassia), problemi di linguaggio (disartria) e discinesie, per interessamento del cervelletto, o nel deglutire (disfagia). Sono frequenti segni da deterioramento cognitivo che può manifestarsi come demenza corticale, caratterizzata da disinteresse per la malattia e uno stato di euforia, o come sindrome pseudobulbare, con crisi di pianto spastico e di riso. Frequente inoltre è la comparsa di depressione, anche grave, sia come risposta alla riduzione della qualità di vita, sia come manifestazione di un deterioramento del tessuto cerebrale. Vi possono essere anche disturbi della sessualità, come impotenza e perdita di sensibilità. Cosa si può fare? E che legame esiste tra questa tipologia di malattia e pratiche finalizzate a stimolare e valorizzare la consapevolezza corporea?

Individuo (dal latino individuus, parola composta dal prefisso in - privativo e dividuus, «diviso»). Individuo, quindi, vuol dire indivisibile ed è usato in filosofia per indicare che ogni singolo ente ha caratteristiche tali (un'individualità) che lo rendono unico e lo differenziano da tutti gli altri esseri della stessa specie. Tiziano Terzani nel libro ultimo giro di giostra racconta la sua esperienza di malato in un centro specializzato per tumori di New York in questi termini: «indubbiamente c’era in questo approccio distaccato dal paziente e dalle sue reazioni qualcosa di estremamente positivo e di efficiente, ma il fatto che io venissi sempre più trattato come un insieme di pezzi, e mai come un’unità, mi lasciava sottilmente insoddisfatto. Mi domandavo se la scienza a cui mi ero affidato non fosse in fondo cieca come lo sono in una vecchia storia indiana i cinque protagonisti a cui viene chiesto di descrivere un elefante». Terzani racconta come i cinque protagonisti della storia concentrassero l’attenzione, basandosi ovviamente sul tatto e sul contatto fisico, su un solo aspetto dell’elefante e nessuno riuscì a coglierlo nella sua interezza, e aggiunge, «ogni definizione ha qualcosa di giusto, ma l’elefante non viene mai fuori per quello che è davvero. E i miei bravi medici non erano come quei ciechi?»  Terzani racconta la sua esperienza del dolore, e il modo in cui la scienza e la medicina si relazionavano al suo corpo come se fosse un elemento da analizzare e sezionare con razionale freddezza.

Utilizzare esperienze che mirano alla consapevolezza significa prendere in cura tutta la persona, con la sua storia di sofferenza e deprivazione emozionale partendo dalle “risorse residue” e cioè la componente sana, viva ancora presente nel corpo e nella vita della persona.

Ipostemia e cioè la debolezza muscolare, l’atassia difficoltà di movimento e coordinamento ed equilibrio e altri sintomi creano nelle persone affette da Sclerosi Multipla due forme di dolore: quella fisica e, meno trattata dalla medicina ortodossa, quella emozionale. L’espressività corporea lavora su entrambi e ha come finalità quella di giungere a una visione più ampia e meno distruttiva dell’esistenza della persona attraverso un processo di rieducazione al movimento, e all’accettazione della malattia in termini sia di comportamento e di azioni finalizzati a un miglioramento della qualità della vita.

Mettendo da parte le problematiche fisiche, che ho precedentemente menzionato, vorrei porre l’attenzione sugli aspetti emotivi, legati a sintomi quali la depressione, la sfiducia, la paura, e diverse forme di insicurezza che la malattia fa insorgere nella psiche della persona.

Lavorando con persone affette da questa malattia, dalle conversazioni e dalle verbalizzazioni di gruppo che facciamo alla fine di ogni esperienza ciò che ho notato è che emergono pensieri legati alla paura di cadere, alla paura di non rialzarsi, di perdere l’equilibrio, di non essere in grado di camminare da soli o alzarsi da una sedia. Oppure atteggiamenti conflittuali quali “non dovrei avere questa malattia” “perché proprio a me” “mi piacerebbe correre, camminare come ho sempre fatto”.

Quando si elabora un percorso di espressività corporea è importante scegliere un tema, e soprattutto gli aspetti su cui lavorare. E rendere complementare il lavoro corporeo con quello emozionale.

Trasformare le convinzioni che si hanno e che sono il risultato di un processo di fusione mentale in strumenti di auto osservazione dei propri pensieri, al fine di rendere le persone consapevoli del fatto che la realtà è spesso diversa dalle storie che la mente racconta; e in un secondo momento, attraverso l’esperienza, lavorare su processi di armonizzazione corporea tali da allentare la rigidità muscolare e rendere, attraverso l’espressività, più “leggeri” i vari movimenti.

Il modo in cui si cammina, il modo in cui si utilizzano gli arti e la valorizzazione delle parti ancora sane che per via di un irrigidimento corporeo corrono il rischio anch’esse di irrigidirsi sono gli aspetti su cui un operatore dovrà lavorare. L’utilizzo del ritmo, di tecniche di body percussion ed esperienze di rilassamento sono strumenti fondamentali per scindere le convinzioni dalla realtà e trasformare le paure in storie che la mente racconta di continuo per poi permettere al corpo di esistere attraverso le emozioni, e offrirgli la possibilità e uno spazio in cui potersi esprimere.

L’espressività corporea ha dato la possibilità a tanti mie pazienti di migliore il livello umorale, la qualità della vita e la stessa deambulazione. Questo è stato possibile perché se si allenta l’invasività della mente, fatta di ricordi, frustrazioni, aspettative molto alte e un atteggiamento aggressivo e denigratorio con se stessi, si riesce a ricostruire una strada consapevole, migliorando in maniera significativa la qualità della vita.        

 

Blu

Espressività corporea come esperienza consapevole

Quando ci si relaziona a un'esperienza che ha come tema di riferimento l'espressività corporea, si inizia un percorso che mira all’armonia e all’integrazione di sé, attraverso l’armonizzazione del proprio “interno” col proprio “esterno”. Scopo del Laboratorio di espressività corporea è quello di approfondire la conoscenza e la consapevolezza delle proprie dinamiche e delle potenzialità comunicative del corpo, per aumentare il proprio potenziale espressivo individuale. Attraverso il corpo è possibile prendere contatto con quelle parti emotive della nostra personalità che sono più profonde e alle quali è difficile accedere. Il Laboratorio di espressività corporea è, quindi, un’esperienza che consente a coloro che la praticano, di recuperare, in un luogo protetto e non giudicante, quelle competenze corporee ed espressive che appartengono ad ognuno di noi e di cui spesso ne dimentichiamo l'esistenza.