Frida Kahlo

Il corpo e la Performance 

Scrive Victor Turner: "Il termine performance deriva dall’antico francese parfournir che significa letteralmente ‘fornire completamente o esaurientemente’. To perform significa quindi produrre qualcosa, portare a compimento qualcosa, o eseguire un dramma, un ordine o un progetto. Ma secondo me nel corso della ‘esecuzione’ si può generare qualcosa di nuovo. La performance trasforma se stessa. […] Le regole possono ‘incorniciarla’, ma il ‘flusso’ dell’azione e dell’interazione entro questa cornice può portare ad intuizioni senza precedenti e anche generare simboli e significati nuovi, incorporabili in performance successive. E’ possibile che le cornici tradizionali vadano sostituite: nuove bottiglie per il vino nuovo." La performance secondo Turner ha quindi un carattere sperimentale e nello stesso tempo critico: attraverso l’agire psicofisico è possibile vivere e portare a compimento un’esperienza e nella messa in scena del nostro corpo è possibile riflettere sull’esperienza stessa. A livello più generale la performance costituisce una forma di metacommento sociale e cioè rappresenta "una storia che un gruppo racconta a sé stesso e su se stesso". Quindi da una parte facilita la lettura della propria esperienza vissuta attraverso il rivivere l’esperienza stessa o permette di vivere nuove esperienze secondo modalità inedite, dall’altra favorisce una riflessione critica sul reale permettendo di effettuare un’esplorazione all’interno dei simboli culturali articolando e fornendo di significato i conflitti del presente.

L’arte contemporanea si muove attraverso delle performance, all’interno delle quali l’artista crea esperienze di cambiamento, affidandosi prevalentemente all’azione, un’azione che rinnova, mette in discussione elementi culturali vigenti e regole sociali condivise. Durante un’esperienza, se il conduttore guida il gruppo a una condizione di performance, inevitabilmente la stimola verso una dimensione di apertura verso un cambiamento che avviene sia in termini di comportamento che di considerazioni sulla realtà in cui vive e con la quale continuamente si confronta. Se l’essere umano non avesse timore del giudizio non sentirebbe il bisogno di ricorrere a luoghi protetti e non giudicanti per sperimentare la sua azione performativa. Non sentirebbe il bisogno di sperimentarsi se non fosse per un motivo che parte principalmente da se stesso e da ciò che non riesce ad essere. Se non fosse ingabbiato nelle sue tensioni e nelle rigidità del pensiero non sentirebbe la necessità di muoversi in un determinato modo, o di sfiorare il volto di una persona come mai ha osato fare prima; e nel fare questo crea "una storia che un gruppo racconta a sé stesso e su se stesso" e lo fa seguendo modalità inedite, nuove ed esplorative. Il fine dell’espressività corporea quindi è si quello di permettere a un essere umano di abitare il proprio corpo, di renderlo armonico e fautore di una comunicazione che fa riferimento a un sentire profondamente raccolto e al tempo stesso rivolto all’esterno. Ma se ci sofferiamo un istante sulle potenzialità del corpo e le guardassimo da un punto di vista sociale e non solo espressivo, allora ci renderemo subito conto del fatto che un azione racchiude in sé un dramma, e il dramma mette in relazione la memoria con le strutture culturali condivise, e nel accostare la storicità di un tempo vissuto, alle regole culturali che lo hanno in qualche modo condizionato, è possibile portare il gruppo a una dimensione di cambiamento e di forte messa in discussione delle regole sociali vigenti. Urlare, correre, strisciare a terra o sfiorare il pavimento o le mura, sono elementi eccezionali che l’uomo, in un luogo come quello di un setting espressivo, sceglie di compiere semplicemente perché la società glielo impedisce e questa distanza che la società fornisce in maniera estenuante, è l’elemento che contraddistingue ogni performance espressiva corporea, poiché pone in essere la primordialità di ogni avvenimento che in quel contesto viene legittimata, e non contestata. Accolta e non respinta. e in ultimo ridefinita, modellata nel modo in cui la si desidera portandola a un livello sia personale che sociale. Se il conduttore, quindi, guida il gruppo a una dimensione di performance, intesa come la considera Turner, il gruppo  che ha scelto di parteciparvi inscena, un dramma sociale capace di mettere in risalto i limiti di una società spesso vittima dell’omologazione. Un ‘flusso’ che integra azione e interazione in una cornice costituitasi mediante intuizioni capaci di generare simboli e significati nuovi, incorporabili in performance successive che provocheranno nuovi cambiamenti. Un esperienza corporea quindi non è mai fine a se stessa, poiché si nutre di uno spazio che mediante il silenzio e la contaminazione dei movimenti, genera inevitabilmente cambiamento. Un cambiamento che avviene e che può avvenire soltanto quando il corpo viene condotto verso una dimensione altra, tale da creare una spaccatura tra il prima e il dopo, tra una costrizione sociale non accettata e la reale  possibilità di metterla in discussione.

David Siqueiros