Isaac Grunewald

Il Corpo e Il Linguaggio analogico 

Le persone sentono in diversi modi la presenza di individui dotati di un corpo vivo. Ne percepiscono l’agitazione, la volontà ad agire, il senso di profonda meraviglia o la frenetica l’esitazione che precede un evento a cui vi si attribuisce valore e importanza. Quando si entra in contatto con l’esperienza della malattia l’idea diffusa è che sia arduo comprendere il sentire di una persona che non può, per sua natura, come nel caso di alcune patologie, usufruire del linguaggio, e che per diverse ragioni, non può affidarsi al corpo, nel modo in cui siamo abituati a osservarlo e comprenderlo; oppure è quasi inverosimile attribuire significato e valore, a un volto che osserva con ostinazione il pavimento, o credere che il semplice gesto di una mano che accarezza con impeto le mura di una stanza, non sia qualcosa di diverso dal semplice accarezzare le mura di una stanza. Ma la questione sulla quale voglio porre l’attenzione, è che anche osservare è parte integrande della relazione d’aiuto. Osservare da un punto di vista altro, che richiede non soltanto attenzione e premura, ma la capacità di “ascoltare” la necessità e il bisogno dell’altro. Osservare partendo da un presupposto fondamentale: che l’uomo non può non comunicare. L’individuo comunica anche se resta immobile. Anche se non muove un passo. Anche se resta con la testa reclinata per un’ora intera a fissare il pavimento poiché come scrive Watzlawick «il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole, non esiste qualcosa che sia un non - comportamento o, per dirla più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Ora se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio» . Le parole di Watzlawick vanno oltre la comunicazione, in quanto danno all’individuo un valore intrinseco, che parte dall’essere e non dal fare. Se l’individuo non può non comunicare, allora è giusto asserire che il suo corpo, il suo mondo, la sua stessa apparente inattività o immobilità qualora vi sia, è dinamica, poiché comunica, e in quando oggetto stesso di comunicazione, esiste, partecipa, ed esprime in pieno la sua unicità. Ogni individuo desidera nel profondo di essere amato per quello che è, la maggior parte delle problematiche sorte negli ultimi decenni, nascono in virtù di questa paradossale verità: che per l’individuo è difficile essere se stesso. Arrossisce quando si sente in imbarazzo, mette le mani davanti alla bocca per stupore o paura. Digrigna i denti per rabbia quando sente di essere stato umiliato o non valorizzato. Piange o perde qualsiasi stimolo quando non riesce a sperimentarsi nel modo in cui desidera. Ognuna di queste espressioni raccontano e comunicano una necessità: il bisogno di essere se stessi e cioè ritornare a quel valore intrinseco che parte dall’essere e non dal fare. Gli individui sperimentano queste emozioni mediante la relazione con l’altro, ed è l’incontro con l’altro che definisce il modo in cui siamo, il modo in cui speriamo o pensiamo di essere, il nostro modo di sentire o la paura stessa di avvertire emozioni che giungono come impronunciabili alle nostre labbra. È nella relazione che l’impossibilità di non comunicare ha un ruolo determinante. È nella relazione che l’unicità viene accolta o messa in discussione. È nella relazione che l’individuo “prova” ad essere se stesso, è nella relazione che la violenza diventa per colui che la subisce, impedimento, inadeguatezza e diversità. Per concludere, è nella relazione che la persona entra in contatto con la sua unicità, con il suo essere un tutto, e non con il freddo echeggiare di un nome che lo identifica con una patologia. Prendersi cura della persona nella sua essenza e nella sua complessità, è uno degli obiettivi della Musicoterapia che come afferma Kenneth Bruscia «può rivolgersi ad aspetti del benessere del paziente che includono una vasta gamma di problemi o bisogni mentali, fisici, emotivi e sociali. In alcuni casi questi problemi vengono affrontati direttamente attraverso la musica, in altri attraverso le relazioni interpersonali che si sviluppano tra il paziente, il terapista e/o gruppo». Una disciplina quindi che non circoscrive la cura alla sola patologia, ma guarda alla storia personale dell’individuo, e al modo in cui si relaziona all’altro, e alla sua esperienza di dolore. Il suono, il corpo, diventano parti essenziali non soltanto del processo di guarigione, ma di un’esperienza molto più complessa: la costruzione di un vincolo relazionale. La medicina contemporanea a mio avviso spesso si dimentica di formare operatori che comprendano che anche quando non si è possibile guarire la malattia è possibile dedicarsi ad alleviare le sofferenze della persona, e quindi a prendersi cura del malato nella sua globalità, poiché curare non è solo l`erogazione di un servizio, ma è un farsi carico dell’altro.

Omar Benenzon durante un incontro sul non verbale a Cosenza raccontò la storia di un ragazzo che nella parte inziale della seduta aveva l’abitudine di urlare. Il musicoterapista avendolo considerato “soltanto” un urlo, e quindi avendolo interpretato secondo le normali leggi del senso comune, non lo prese in considerazione. Poi si scoprì come quell’urlo era l’intonazione del suo nome nativo. Lui faceva qualcosa di più profondo di urlare, lui in verità esprimeva se stesso. Se si considera quindi la diversità da un punto di vista antropologico, l’essere umano, nella sua pienezza, diventa un universo altro da scoprire, un mondo da conoscere e con il quale entrare in relazione. Un incontro che provoca un senso di profondo smarrimento, dove viene chiamata in causa la possibilità di stupirsi non solo dei comportamenti, ma anche di quanto ci è noto e familiare. Laplantine lo chiama senso di spaesamento e cioè: «un’attività percettiva, fondata sul risveglio dello sguardo e la sorpresa che provoca la visione, cercando di osservare il più attentamente possibile tutto ciò che l’uomo incontra, ivi compreso e forse soprattutto, i comportamenti in apparenza più anonimi, gli aspetti accessori del comportamento, i gesti, le espressioni corporee, gli usi alimentari, i silenzi, i sorrisi, le smorfie». Quindi quello di cui parla lo studioso e antropologo francese, altro non è che una vera e propria attività conoscitiva di tipo percettivo, un aprirsi all’altro partendo dall’universo del corpo, dal modo in cui la persona si avvicina e si allontana, esprime la sua gioia o la tiene aggrappata a un ricordo, e dal modo in cui esso, entrando in relazione, comunica. Quando si parla di non verbale il riferimento va al corpo, e a tutti gli elementi che questo esprime, e cioè quella parte della comunicazione che comprende tutti gli aspetti di uno scambio comunicativo che non riguardano il livello puramente semantico del messaggio, ossia il significato letterale delle parole che compongono il messaggio stesso, ma che riguardano il linguaggio del corpo, ossia la comunicazione non parlata tra persone. Cosa succede alla persona quando entra in contatto con un’esperienza di tipo non verbale? O meglio cosa rivive o sperimenta l’individuo quando non è la parola parlata a guidare il suo comportamento? Secondo molti teorici, in un contesto non verbale l’individuo entra in contatto con esperienze risalenti ai primi anni di vita, dove il linguaggio parlato non rappresentava un’esperienza primordiale. Lo psichiatra Daniel Stern focalizzò molte delle sue ricerche sull’interazione tra genitori e figli, in quanto era convinto del fatto che le interazioni che si venivano a creare nei primi di anni di vita avrebbero condizionato in seguito la vita emotiva del bambino. Interazioni che riguardavano piccoli e grandi momenti di intimità, che comprendevano gli sguardi, le espressioni del volto, le intonazioni della voce, in poche parole, a comunicare era il corpo nella sua totalità, quindi quella che si veniva a creare era una forma di comunicazione appartenente alla sfera del non verbale. Di tutti questi istinti i più rilevanti sono quelli che consentivano al bambino di sapere che le sue emozioni incontravano l’empatia dell’altro. Che queste erano accolte, accettate, contenute e ricambiate in un processo che Stern chiama di sintonizzazione. Una sintonizzazione che ha luogo in un contesto dove non è la parola parlata a guidare il comportamento, e dove il livello puramente semantico del linguaggio non verrebbe compreso. Stern notò che soprattutto tra madre e figlio veniva a crearsi un vero e proprio ritmo di interazione, dove il silenzio, inteso come pausa che lascia spazio all’altro, si trasformava in una particolare espressione del volto, in un grido, in un movimento oculare o pianto, a cui la madre rispondeva con un dondolio, un canto, o espressioni del volto che significavano “io sono qui con te e riesco a comprendere ciò che tu vuoi dirmi e raccontarmi”. La madre in poche parole accedeva all’intera persona dell’altro, condividendone emozioni di amore, compassione, simpatia e gioia. Rassicurandolo del fatto che ogni emozione provata era intimamente accolta, abbracciata e compresa. Il bambino quindi aveva la possibilità di sperimentare il suo essere emotivamente legato alla madre. Citando Stern la sintonizzazione quindi è molto diversa dalla semplice imitazione poiché «se imiti un bambino questo dimostra solamente che sai quel che egli sta facendo, ma non come effettivamente si senta mentre lo fa. Se vuoi comunicargli che percepisci le sue sensazioni, devi riprodurgli i suoi sentimenti interiori in altro modo. Solo allora il bambino sa di essere compreso».

Bengt Lindstrom