Maria Helena Manzan

Il sé osservante e la resa al corpo

Russ Harris parla del sé osservante e di connessione. Il sé osservante è la capacità insita in ogni persona di osservare in maniera non giudicante. L’autore riporta nel libro come esempio l’esperienza vissuta da ognuno di prestare attenzione al tramonto. Lui fa notare che dopo qualche secondo l’osservatore non presta più attenzione al sole, ma inizia a pensare ai ricordi che quel tramonto racchiude, a una persona che forse in quel momento sta da un’altra parte del mondo o che non sentiamo da diverso tempo, o semplicemente pensiamo che è un peccato stare da soli davanti a tanta bellezza. In poche parole secondo lo psichiatra americano, l’osservazione viene inevitabilmente condizionata dai pensieri che l’esperienza fa emergere. Tutto ciò che appartiene al pensiero non fa parte del sé osservante poiché sono giudizi, opinioni, storie che ognuno elabora in conseguenza di un’esperienza. Il sé osservante è consapevolezza pura, è la capacità di notare che ci si sta distraendo, che si sta pensando non al tramonto ma a una persona lontana, che si sta giudicando o interpretando un’esperienza. In poche parole dopo un po’ di tempo non è il tramonto che la persona osserva ma il significato che per noi ha, in relazione al passato o a quello che dovrà ancora accadere. Mentre il sé osservante è pura consapevolezza e vive pienamente nel qui e ora, il pensiero evade dal momento presente. La connessione invece è la capacità di connettersi pienamente con il momento presente, con il qui e ora. Questi due aspetti sono fondamentali poiché soltanto attraverso uno sforzo attentivo il soggetto diventa capace di bloccare le risposte automatiche, che tendono a riportarlo all’incosapevolezza degli automatismi, e per automatismo mi riferisco ad atteggiamenti mentali appresi nell’infanzia, a schemi motori e posturali sempre uguali, a processi di pensiero unidirezionali. La connessione e l’osservazione pura (sé osservante) sono elementi che possono determinare lo sviluppo della flessibilità mentale e quindi un modo nuovo di guardare alle cose: non all’obiettivo ma al processo, a ciò che sta succedendo e non a ciò che è accaduto o che potrebbe accadere. Comes scrive Kabat Zinn «La nostra visione a volte è stanca. Vediamo solo un cane. Se ne hai visto uno, li hai visti tutti. Perciò vediamo a malapena. Vediamo più attraverso i nostri pensieri e le nostre opinioni che i nostri occhi. I pensieri sono un velo che ci impedisce di guardare il mondo con occhi limpidi».

La presenza terapeutica, strumento indispensabile per “stare” nel setting, equivale a un atteggiamento corporale e mentale determinato. Da una parte il corpo deve essere disponibile ad andare oltre i suoi schemi motori e posturali ricorrenti, dall’altra una comprensione della natura intrinseca della mente, che consente al musicoterapista di osservare il continuo flusso di sensazioni, pensieri, emozioni, ricordi, fantasie che il paziente inevitabilmente genera nel nostro profondo (controtransfert) e quelli che noi generiamo in esso (transfert). La presenza quindi è terapeutica quando il terapeuta sviluppa uno stato mentale che gli permette di avere una consapevolezza delle proprie risposte emotive, dei propri pensieri, delle proprie percezioni, delle azioni messe in atto dal corpo. Mettere la propria presenza a disposizione del paziente significa svuotare se stessi e rivolgersi ad esso mediante un attenzione concentrata e non divisa. Nel costruire una relazione terapeutica il musicoterapista scrive Bruscia «deve trovare un equilibrio tra l’essere accondiscendente e al tempo stesso esigente, permissivo ma fermo, prevedibile ma non stereotipato, sullo stesso piano del paziente tuttavia capace di aiutarlo, non direttivo ma capace di guidarlo […] di contro crea i limiti per il paziente aggressivo affinché acquisisca autocontrollo. In tutti i casi il terapista non deve stimolare il paziente al di là delle sue possibilità» La presenza terapeutica comporta quindi quella che Alexander Lowen definisce una resa al corpo e cioè essere consapevoli del fatto “che l’io riconosce il proprio ruolo subordinato al sé, la propria funzione di organo di coscienza e non di padrone del corpo”. Un corpo che il musicoterapista non può né tradire né controllare. Arrendersi al corpo significa rinunciare all’illusione e al potere della mente. Rinunciare alle illusioni di essere bravo, infallibile, di essere in grado di curare l’incurabile, di salvare o redimere l’individuo, di andare oltre le proprie possibilità senza considerare i propri limiti. Arrendersi al corpo significa restare nella realtà e non evadere da essa poiché «le illusioni sono difese dell’io contro la realtà e, se possono risparmiare a qualcuno la sofferenza di una realtà spaventosa, tuttavia ci rendono prigionieri dell’irreale […] La nostra realtà di base è il nostro corpo. Il nostro sé non un’immagine prodotta dal nostro cervello, ma un organismo reale, vivo e pulsante». La musicoterapia ascolta, accoglie, attende e osserva la persona come realmente è, e non come si desidera che essa sia o come un giorno potrebbe ipoteticamente diventare. Partendo da questo il non verbale mi piace immaginarlo come un importante trampolino di lancio per poter considerare la vita e l’altro – anche quella fuori dal setting – nella sua pienezza. La musicoterapia la definisco una modalità etica di stare con l’altro, e che ha nei suoi obiettivi il miglioramento della qualità della vita dell’altro. La presenza terapeutica quindi oltre ad essere un atteggiamento corporale e mentale determinato, è un modo di considerare l’esperienza nel suo fluire, in cui il passato e il futuro diventano elementi appartenenti e non condizionanti del momento presente. Lasciare accadere è uno dei fondamenti della presenza terapeutica, ed è la chiave di volta di un esperienza che non presuppone né aspettative o preconcetti, poiché è una condizione mentale e corporea e non un atteggiamento intellettuale.

Gianni Ruspaggiari