h 14.20   08/06/2019

L’attesa è una delle dimensioni più profonde che un essere umano può esplorare. L’attesa può cancellarti, rivoltarti contro, allontanarti, impedirti di ascoltare e di osservare la tua vita e quella di chi ti sta intorno. L’attesa è una strada di ricerca, e al tempo stesso, un cammino che dovrebbe riportarti all’essenziale. Una dimensione che non ha altre definizioni se non quella raccontata dalla pura realtà, che nel risuonare si estende, si tinge e a volte rischia di farsi del male. Un musicoterapeuta viva continuamente un’esistenza di attesa. Attendere un cenno o una comunicazione che non arriverà mai nelle modalità in cui altri pensano o credono di poterla ricevere. Un musicoterapeuta sa che quel cenno è già avvenuto, esiste già e non ha una definizione, se non quella che avvolge il silenzio di infinite possibilità e di una molteplicità di messaggi interrotti o mai ascoltati che lui ha il dovere di accogliere; perché alla fine chi fa il mio lavoro ogni giorno esplora una condizione che non è difficile raccontare e cioè quella di cogliere l’invisibile, per renderlo accessibile e osservabile. A tanti che mi chiedono del mio lavoro credo di non aver mai raccontato di questo legame con l’invisibile, con urla che appaiono prive di significato, movimenti fine a se stessi e contatti estemporanei e in più quell’ombra che mette il musicoterapeuta in contatto con se stesso e con la vita che l’ha preceduto: Il silenzio. Ma cosa significa riportare in superficie quel oceano di movimenti e sensazioni che la società definisce invisibile? Cosa significa centrare il tuo animo a tal punto da non permettergli di interfacciarsi con urla private e fantasmi appartenenti al passato? Cosa significa avere un legame con la realtà che non ha eguali; purificata a tal punto da essere solo quello che vediamo e sentiamo? Non possiamo pensare, interpretare, fuggire, evitare, elaborare. Il nostro compito è sfiorare con le dita l’invisibile e riportarlo li dove era un tempo: a una dimensione di stimolo e risposta. Non hai scelto, quello che sei è ciò che porterai in quella stanza dove la nudità di un essere che ha imparato ad essere se stesso regala l’unica cosa che un essere umano desidera nel profondo e cioè la verità. E prima che tutto questo venga a compimento dovrà aspettare, conoscersi, pazientare per poi scegliere di intraprendere una vita che non ha compromessi se non quella di spogliarsi ogni giorno di ciò che altri pensano e raccontano di te, di giudizi rivolti al tuo cuore e alla tua anima, ripulire il mondo che ti ha preceduto prima di diventare quello che sei ed entrare in quella stanza, unico, reale, nudo e disponibile a sentire.

h 23;03       29/05/19

Nelle mie giornate di solitudine spese a elaborare percorsi, mi imbatto spesso nelle parole “rispetto” “amore” e “sentimento”. Parole dalle mille sfumature, dalle tante facciate, spesso sottoposte a estenuanti interpretazioni, interminabili riflessioni che alla fine portano sempre alla stessa conclusione: li desideriamo più di ogni altra cosa. Per anni le ho desiderate anche io queste cose, e nel sentirle lontane dalla mia esistenza, non ero consapevole di quanto fossi condizionato da questa percezione di assenza. Poi un giorno ho scoperto che il rispetto, i sentimenti, non bisogna cercarli e forse nemmeno menzionarli, poiché sono dimensioni che hanno un viso diverso e delle parole che in pochi sanno nominare. Sono talmente luminosi che è facile riconoscerli per un motivo molto semplice: sono nudi e non amano nascondere il proprio essere. Ma noi essere umani siamo strani e difficilmente troviamo il coraggio di chiudere ponti, cambiare strade e incamminarci verso sentieri poco battuti; semplicemente perché cerchiamo rispetto lì dove mai lo potremmo ricevere, ed elemosiniamo amore li dove nemmeno un petalo di rosa potrebbe sfiorarci la pelle. In verità credo che ogni discorso che abbia come comune denominatore i sentimenti e il rispetto, sia orientato ed elaborato per scoprire formule che possano rivelarci quel luogo in cui è nascosto, ma come ogni discorso è destinato a non regalare niente di quello che desideriamo se non una buona dose di incertezza. Il rispetto, ho appreso negli anni, è un’azione, un comportamento, di cui le parole spesso non ne rappresentano né l’origine né l’essenza. Le parole per quanto possano far male e possano creare scompiglio, non sono poi così importanti. Una parola detta nel vuoto di un’azione interrotta o mai compiuta, non è altro che il disegno di una condizione umana che vive un’esistenza che Becket rappresentò magnificamente nelle sue opere. La speranza che qualcosa accada e il senso di smarrimento generato dal sapere che per quanto siamo consapevoli della sua inconsistenza, restiamo li, fermi, ad aspettare, attendere, quanto invece dovremmo accettare il fatto che il filo che ci lega a questa condizione non è legato alla speranza ma a un fatalismo di cui difficilmente riusciamo a raccontare. La vita dipende da noi, e il rispetto è una esternazione del nostro essere, e l’amore, e un impeto che ci indica e ci avvicina all’unico mondo che riusciamo a riconoscere: quello che più ci somiglia. Se siamo lontani possiamo solo incamminarci. Se siamo vicini allora possiamo allungare una mano. Se invece crediamo che non possa esistere e che basti parlare all’infinito allora riceveremo qualcosa che mai gli somiglierà semplicemente perché non abbiamo occhi per riconoscerlo e azioni per incontrarlo.

h 1.52  -  24/05/2019

Non sono bene cosa sia la fortuna e cosa invece la sfortuna. Credo invece che sia importante sottolineare quanto sia diffuso il fatto che ci ricordiamo maggiormente della seconda senza soffermarci molto sulla prima e ancora. Che la seconda acceca mentre la prima ci impedisce di vedere pienamente. Quando ci troviamo in una condizione di difficoltà spesso accade che ci immobilizziamo, stiamo fermi, ingabbiati e ciò che ci viene più semplice fare è quello di rimuginare, mentre quando siamo in balia di un momento luminoso ci sentiamo immortali comportandoci senza prestare molta attenzione alle conseguenze. Uno sguardo consapevole dovrebbe cogliere qualsiasi sfumatura di ciò che ci accade e scegliere in che modo procedere e rimettersi in cammino. Tutto questo semplicemente per dire che noi esseri umani abbiamo l’abitudine di etichettare, suddividendole rigidamente in belle e brutte, fortuna o sfortuna, e questo inevitabilmente ci mostra una realtà ovattata, irreale o parzialmente vera. In questi anni di lavoro, formazione e di spostamenti, alcune volte sono caduto nella trappola di giudicare ciò che mi stesse succedendo per poi scoprire che il periodo più difficile della mia vita mi ha insegnato la dolcezza del risveglio e la superficialità delle cose materiali, dandomi la possibilità di vivere di aria e sensazioni. Cosa posso dire ancora? È difficile credere che la fortuna e la sfortuna siano semplicemente due nomi, delle etichette, ma alla fine se guardiamo più in profondità, li dove solo in pochi sanno osservare ci renderemo conto che la nostra vita fino a un certo punto è stata guidata da nomi, storie, narrazioni e che quelle storie poco ci appartenevano. Sarebbe interessante fermarci un attimo in uno spazio e prenderci del tempo per riflettere su cosa sia veramente una storia e se le nostre scelte a volte non siano il frutto di meri condizionamenti. E se la fortuna e il suo opposto fossero solo storie. Se la felicità non fosse altro che una fiaba? E se l’unica cosa che contasse veramente fosse la nostra essenza, il nostro cuore e ciò che vogliamo veramente essere? E se invece di soffermarci su frasi del tipo “voglio essere felice” pensassimo concretamente a come rendere la nostra esistenza piena e significativa?  

 

Tony Orrico performance at Polyforum Cultural Siqueiros, Mexico City

M. Masud Khan scrive: Colui che attende trova. La non-attesa garantisce la non-scoperta…” penso alle migliaia di volte che l’essere umano si è trovato nelle condizioni di aspettare: il risultato di un’ analisi, la risposta di un lavoro o la telefonata di una donna o un uomo. L’attesa di un figlio…siamo esseri costretti ad aspettare, e ogni qual volta facciamo una mossa falsa per abbreviare i tempi ci ritroviamo davanti qualcosa che stranamente ci allontana, ci fa cadere o perdere la strada. Oggi mi capita di ascoltare e osservare le reazioni che metto in atto quando mi trovo costretto ad attendere, e nel guardarmi dentro, percepisco il desiderio che si unisce alla speranza, la resistenza di una parte di me che vorrebbe accelerare i tempi, le immagini che la mente ricrea. I mille perché di una risposta che tarda ad arrivare e forse la colpa di aver commesso degli errori grossolani. Un tempo credevo che tutto questo fosse vero, e se la speranza mi accarezzava i miei occhi esprimevano quella speranza. Se la mia mente dava per veri quegli errori allora la sofferenza veniva a cercarmi poiché io ero ciò che pensavo. Ma oggi è bello scoprire che non sono ciò che penso e non sono nemmeno ciò che sento, ma semplicemente sono ciò che scelgo di essere, e se l’attesa è bruciante, posso scegliere di sorridere e sapere che può avere tante strade differenti. Può essere una pausa, come il silenzio lo è per il suono. Ho scoperto che l’attesa non esiste e che esistono momenti di ascolto e di percezione di ciò che desideriamo, momenti che raccontano cosa siamo e come consideriamo l’idea del cammino. L’attesa mi piace pensarla come un tempo in cui è possibile frenare l’impeto e dove è possibile trasformare l’immobilismo delle ore in un luogo di presenza e ascolto. Alla fine ci si ritrova sempre ad essere stretti tra il momento in cui sappiamo e gli istanti, le ore, che li precedono. Li nel mezzo dovrebbero esserci dei passi che ci ricordano dove andare e che strada abbiamo deciso di seguire.

Lil Buck at Fondation Louis Vuitton

Degli artisti si tende sempre a soffermarsi sull’opera, sul significato che questa porta con sé. Ma da tempo immemore mi viene da riflettere sul regalo più profondo che un artista possa regalarci, e cioè quello di rendere la libertà un’opera comune, di cui ognuno può usufruire. Quando ascolto il molto vivace di Ludwig van Beethoven mi vengono i brividi, poiché il suono che mi arriva è un regalo che ogni essere umano dovrebbe percepire, e non solo in termini di bellezza, ma ritrovando in quelle note un profondo e assoluto senso di libertà. Una libertà esplosiva e sofferta. che equivale alla consapevolezza di sapere che ciò che si propone non verrà compreso fino in fondo, poiché la società mostra sempre una grande difficoltà ad avvicinarsi alla diversità, ma ciononostante l’artista non riesce assolutamente a frenare quel desiderio, quell’impeto di dare alla vita una creazione diversa, che ha voci e sfumature differenti. E cos’è la libertà se non un atto di intima coerenza con ciò che si è, e soprattutto con ciò che non si vuole essere mai? La liberà credo che sia prima di tutto un atto di coraggio, generata da una necessità di essere in ascolto con il proprio essere; e l’arte che nasce da questo incontro, non può che essere un’arte che al di là di emozionare, scalfisce con il fuoco una distanza tra il noi e il loro, tra l’essere e l’apparire, mostrandosi artista, uomo, e purtroppo o per fortuna, maledettamente diverso nel suo disobbedire. Non credo che un artista sia consapevole di disobbedire, poiché è un corpo che vive il fuori e il dentro, il margine e la centralità, e infine….con assoluta dolcezza….ci lascia osservare, ascoltare, sfiorare, la sua vita…..e nessun uomo, nessuna donna è capace di portare con sé questo mistero, questa necessità, questo bisogno disperato di dare, donare e di nutrirsi….

La vita credo sia fatta di velocità, lentezza e disordine, ma a volte capita che l’unica soluzione che abbiamo è quella di stare fermi e respirare profondamente, poiché ogni passo potrebbe risucchiarti altrove. È un’arte molto antica quella dello stare fermi, che in alcuni momenti della vita ci suggerisce di restare in quel luogo dove sembra imperversare la tempesta. Una tempesta dai mille volti, dalle tante sfumature che sembra alternarsi e cambiare faccia, oscillando tra noia e disperazione; e in quello spazio che sembra essere un luogo di rinuncia, ci sei tu che scopri che la noia e la disperazione sono giudizi, nomi dati alle cose. È un’arte antica quella dello stare fermi, un’arte che non conosce né noia, né disperazione. È un luogo dell’anima, un mistero che ha radici molto lontane e che spesso noi uomini facciamo fatica a comprendere. Chi ha praticato e pratica quotidianamente la meditazione accoglie la vita nel modo in cui si presenta: ostile, ingiusta a volte, e solitaria nel suo vociferare profondo. Mi chiedo perché a volte non riusciamo ad accettare che sia così? Perché crediamo che possa essercene una diversa? Esiste un luogo dove tutto accade e niente si muove, dove ogni cosa è disordine e completezza ed è quello che Ilse Middendorf chiama lo spazio del respiro, un luogo dove tutto si ferma, riportando l’esperienza del reale alla sua nudità originaria. Li dove gli occhi sono occhi, la mano su una parete è una mano su una parete e l’addio è semplicemente un addio.