Levalet

L'autismo e la comunicazione non verbale 

 

L'autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell'interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d'interessi e comportamenti ripetitivi. Data la varietà di sintomatologie e la complessità nel fornirne una definizione clinica coerente e unitaria, è recentemente invalso l'uso di parlare più correttamente di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders), comprendendo tutta una serie di patologie o sindromi aventi come denominatore comune le suddette caratteristiche comportamentali, sebbene a vari gradi o livelli di intensità. L’autismo coinvolge principalmente tre aree: • Il linguaggio; • La comunicazione e interazione sociale; • Interessi ristretti e stereotipati; Che rapporto può esistere tra la musicoterapia e questa realtà così complessa e solo apparentemente inesplorabile? E soprattutto, possiamo realmente considerare la lallazione, le urla, le stereotipie motorie e verbali, elementi privi di qualsivoglia di messaggio? E ancora, Il divario esistenziale emotivo e comunicazionale non è forse dato da una precaria conoscenza di forme di comunicazioni alternative alla parola che raccontano in altro modo la persona in termini sia emotivi che affettivi? Domande che oltre a raccontare l’autismo, riportano in superficie limiti strutturali di una società che considera il concetto di relazione in maniera approssimativa, in quanto esclude tutti gli elementi che appartengono alla sfera del non verbale come ad esempio la mimica facciale, tutta una gamma di suoni originari e primordiali, il contatto oculare, la gestualità e il silenzio che nella sua profondità riporta l’essere umano a una condizione di esistere e di essere. Il corpo, il silenzio, la mimica facciale e la sola presenza corporea che valore possono aggiungere in un contesto di relazione? 

Le parole sono pietre è il titolo di un’opera di Carlo Levi dove vi è la descrizione di un mondo contadino, deturpato, depredato e assoggettato al potere, e le parole a cui fa riferimento lo scrittore sono quelle che escono dalle labbra dei contadini la cui potenza espressiva del linguaggio e quindi della parola parlata, diventa uno strumento per esprimere disobbedienza. Una necessità viscerale per far fronte a soprusi e alla miseria. Ma questa frase così suggestiva viene spesso usata in situazioni dove la parola non porta con sé questo carico esistenziale e sociale. Spesso esiste un divario tra ciò che diciamo e il modo in cui il corpo le accompagna e non di rado capita di notare una discrepanza tra il messaggio espresso dal linguaggio e ciò che il corpo comunica realmente. Il peso politico che Carlo Levi ha voluto giustamente attribuire alla parola non definisce alla stessa la sua universalità e assolutezza. Ne sottolinea invece una dimensione politica, un uso specifico, dando ad essa una responsabilità e un valore importante ma non assoluto poiché per disobbedire bisogna compire delle azioni e le azioni esprimono, quanto o forse più delle parole, ciò che noi siamo e la strada che vogliamo seguire. Cosa c’entra tutto questo con l’autismo? La parola, nonostante sia un importantissimo canale comunicativo per esprimere se stessi non è l’unica condizione esistente per poter comunicare con l’altro. Il suono che il battito delle mani esprime, l’intensità del suo battito, le urla e le lallazioni raccontano la storia di chi abbiamo di fronte e il musicoterapeuta si fa carico non di tradurne il significato latente, ma di creare una risonanza espressiva nel tempo, con l’obiettivo di attribuire ad esso un valore emozionale. Una reciprocità che oltre a creare reciprocità, restituisce alla comunicazione una dignità e uno spessore che altri non riescono ad attribuire. Il suono, visto in questa ottica diventa un ponte emozionale, un mediatore indispensabile per arrivare al mondo dell’altro rispettandone i tempi, le modalità espressive e le peculiarità legate al comportamento. La musicoterapia quindi oltre ad essere una disciplina che si occupa del sé emotivo ha come obiettivo quello di restituire l’umanità dell’essere e dell’esistere a un mondo che viene presentato e raccontato come un disturbo o una grave anomalia. La musicoterapia quindi non guarda all’anomalia nella sua differenza o lontananza, ne accoglie le sue strutture, apprendendone le regole che ne scandiscono il tempo e le abitudine dando ad esso un ritmo, una voce e un valore condiviso con la persona con il quale sta interagendo. La musicoterapia quindi ha un valore umanistico ed etico e il suo valore guarda alla persona nella sua interezza. Un tutto che accoglie, con il quale il musicoterapeuta interagisce delimitandone gli spazi quado la situazione lo richiede, contenendone le ansie, alternando gli atteggiamenti accondiscendenti con esperienze che vogliono comunicare resistenza, regole e senso del limite poiché il valore di un uomo di un essere umano è profondo quando ad esso gli vengono fornite e presentate la gioia di rinforzo ma anche il senso di frustrazione che può essere generato da un rifiuto. Il musicoterapeuta come scrive Bruscia “deve trovare un equilibrio tra l’essere accondiscendente e al tempo stesso esigente, permissivo ma fermo, prevedibile ma non stereotipato, sullo stesso piano del paziente tuttavia capace di aiutarlo, non direttivo ma capace di guidarlo […] di contro crea i limiti per il paziente aggressivo affinché acquisisca autocontrollo. In tutti i casi il terapista non deve stimolare il paziente al di là delle sue possibilità”.

Pejac