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Schopenhauer e il Buddismo: la concezione del dolore

Il dolore Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità «è un'esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a (o simile a quella associata a) un danno tissutale potenziale o in atto”» e ha una funzione fondamentale nella sopravvivenza dell'individuo animale (dunque anche umano), come segnale della necessità di intraprendere una reazione a seguito di un'aggressione o di un danno all'integrità fisica. Il dolore quindi è un sintomo vitale/esistenziale, un sistema di difesa, quando rappresenta un segnale d'allarme per una lesione tissutale, essenziale per evitare un danno. Diventa patologico quando si automantiene, perdendo il significato iniziale e diventando a sua volta una malattia. Nel pensiero antico il dolore era visto come qualcosa di naturale (di fatale), effetto della disarmonia degli elementi che mettono in pericolo la vita ( Platone) o come ciò che contrasta con la felicità (Aristotele). Gli Epicurei, vedono nella filosofia la via d'accesso alla felicità, dove per felicità s'intende l' atarassia (liberazione dalle paure e dai turbamenti), contingentemente al raggiungimento del piacere. La filosofia quindi ha uno scopo pratico nella vita degli uomini; essa è uno strumento il cui fine è la felicità. Schopenhauer è molto più radicale, perché considera la vita una prigione permanente, in cui «il fatto immediato è sempre, per noi, il bisogno» e «volere, sforzarsi, è come una sete inestinguibile». Ogni volere, infatti, ha alla sua base un bisogno, un desiderio o una mancanza. Il dolore è CONGENITO alla volontà: volere qualcosa significa volerlo perché ci manca. Soffrire e soffrire per la mancanza di qualcosa sono la stessa cosa. La vera beatitudine, in fondo, non è altro se non l’assenza di ogni bisogno. «Nel nostro volere in generale sta la nostra disgrazia” Nel buddismo come SCHOPENHAUER va riferimento al dolore. Il Buddha infatti nella dottrina (Dhamma o Dharma), che è conosciuta come le Quattro Nobili Verità. Afferma: 1) c'è il dolore; 2) il dolore ha una causa; 3) il dolore può essere superato; 4) La causa del dolore è il desiderio ovvero brama ovvero sete (tauha). "essa è quella sete che è causa di rinascita, che è congiunta con la gioia e col desiderio, che trova godimento ora qui ora là; sete di piacere, sete di esistenza, sete di estinzione". Nagarjuna, monaco buddhista indiano, filosofo e fondatore della scuola dei Mādhyamika e patriarca delle scuole Mahāyāna, parlando del dolore afferma che le cose, essendo reciprocamente condizionate, non hanno realtà in sé. Non c'è un soggetto e un oggetto. Nessuna cosa è esistente in sé: esiste in quanto in relazione con le altre. Il dolore quindi è un’espressione disarmonica del proprio essere e si mostra mediante una sofferenza fisica e mentale. Uno strumento che informa l’individuo di un malessere o di una qualità della vita disfunzionale. Il dolore però nella società contemporanea non viene visto come un elemento di protezione e di difesa, ma ci si relazione ad esso come un’esperienza indesiderata da cui allontanarsi, trasformandola non in una opportunità di cambiamento ma in una presenza indesiderata che assume sembianze compulsive e distruttive acquisendo lineamenti contrassegnati dall’immutabilità e dell’irreversibilità. Perché accade questo? Se ci soffermiamo per qualche istante nuovamente su Schopenhauer e sull’idea buddista ci renderemo subito conto di quanto il desiderio possa incidere non soltanto sulla nascita del dolore ma anche sulla sua alternazione. Come la stragrande maggioranza degli esseri umani affrontano il dolore? Pensandolo, rimuginando, facendo uso spasmodico di alcol, sesso, droghe, oppure lavorando fino allo sfinimento o colmando il vuoto con relazioni di ogni genere. Per raggiungere quale obiettivo? Quello di allontanarlo, o alleviandone la presenza. Cosa si ottiene facendo questo? di non conoscerlo, non capirne la ragione della sua presenza, non ascoltarne il messaggio che cela dentro di sé. Il tentativo di allontanarlo cos’è se non un desiderio che modifica ogni azione, che ci confonde spingendoci verso strade che non sono nostre, ma che vengono percorse soltanto dal desiderio di modificare, allontanare o cancellare questa sensazione. È possibile fare questo? No. E cosa bisogna fare? Accettare attivamente e non passivamente la sua presenza. Accettando la sua presenza ci consente di aprirci a un altro modo di vedere le cose, cogliendone non la minaccia ma in segnale inconfutabile che qualcosa nella nostra vita non sta funzionando. Che è umano sbagliare ed è normale e naturale provare dolore. Il desiderio smisurato invece ci immobilizza, semplicemente perchè ha reso la nostra vita diversa, lontana dall’idea irrealistica di seguire la strada della felicità perpetua e incontrollata, semplicemente perché il dolore ha reso il nostro sogno frangibile, inarrivabile e impossibile. Ma è veramente così l’esperienza quotidiana? non è forse contrassegnata da momenti di crisi, di difficoltà o attimi di smarrimento? Non è forse il continuo ripensare al dolore come qualcosa di sbagliato e inaccettabile a rendere la nostra vita diversa da quella sperata? Non è forse la nostra ostinazione a volerlo controllare, modificare, cancellare, allontanare il dolore a rendere la nostra esistenza un fardello da cui non riusciamo a prendere le distanze, e verso cui facciamo difficoltà a trovare una soluzione. Jon Kabat Zinn scrive: “dovunque tu vada ci sei già” e in questa frase esiste il cuore di ogni risveglio emozionale e ciò la capacità insita in ogni essere umano di vivere nel miglior modo possibile ciò che effettivamente sta vivendo e traendo esperienza da ciò che il presente - unica dimensione temporale dove è possibile mettere in atto il cambiamento - sta insegnando. “La causa del dolore è il desiderio ovvero brama ovvero sete” e cioè la bramosia di non provare una emozione da cui è impossibile sottrarsi e con la quale prima o poi bisognerà fare i conti. 

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